Giovanni Secchiaroli

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Giovanni Secchiamoli nacque a Ripe di Trecastelli il 2 Gennaio 1923.

Cadde da eroe all’eta di soli diciannove anni, alla guida di un carro armato nella battaglia del 27 Maggio 1942 a Bir Hacheim, fronte dell’Africa settentrionale, quale unità operativa del 1320 Reggimento Carristi della divisione “Ariete”.

Era il minore di cinque figli di Settimio Secchiaroli e di Mastri Palmina. Aveva trascorso l’infanzia e l’adolescenza a Rocchetta di Arcevia, presso i nonni materni e le zie; solo raramente, in estate o durante brevi periodi di festività come un collegiale, rientrava a Ripe presso la mamma ormai vedova o presso i suoi fratelli Gigetto e Aldo, già sposati. Nel 1938 a quindici anni ritornò definitivamente a Ripe nella casa materna con l’intenzione di dedicarsi ad un’occupazione.

Aveva già in animo una meta, maturava in lui un disegno: appassionato di meccanica, che del resto gli era congeniale, voleva diventare un bravo meccanico. Forse anche l’esempio dei fratelli Gigetto e Franco, che avevano trovato in quell’attività una sistemazione decorosa e soddisfacente, lo aveva affascinato. A quell’età ci vuole poco per entusiasmarsi.

Ma c’erano le difficoltà dell’emigrazione impossibile per i giovani senza che per altro venissero aperte per essi altre vie all’apprendimento.

Una scritta sul muro della piazza di Ripe pomposamente asseriva: “Per decenni e decenni il popolo italiano ha dovuto emigrare in terra straniera. Ora Basta! Il popolo italiano vuol lavorare all’ombra sicura del tricolore!”

Il tricolore, purtroppo però, offriva poco più della sua ombra protettrice…indicava l’Africa orientale, la Germania nazista, quali soluzioni al problema dell’avvenire dei giovani. E Nanni, come noi, come i ripesi diciottenni dell’epoca, come migliaia, come tutti i giovani d’Italia, vagò per la piazza del paese guardandosi d’attorno, incerto, …rimediando nell’attesa con la “istruzione premilitare” e la “cultura fascista”.

I ripesi lo conobbero meglio allora.

Premuroso con la vecchia mamma, servizievole con le cognate Elena e Jone, affettuoso con i primi nipotini, gustò e apprezzò il calore della famiglia che forse prima d’allora non aveva sentito.

Era di carattere allegro, gioviale, spiritoso, anche se un po’ più timido degli altri forse perché cresciuto lontano dai suoi, la lunga convivenza con persone adulte, i nonni e le zie, lo aveva maturato più di noi suoi coetanei, ma la sua era una timidezza ed una ritrosia che gli fruttava maggiore simpatia e benevolenza.

Era un po’ più campagnolo di noi, ma proprio per questo gli si voleva più bene perché più semplice, più sincero e soprattutto più generoso e spontaneo.

Difficile era scontrarsi con lui, perché affettuosamente condiscendente, riusciva però lo stesso ad interessare gli altri dei suoi problemi, a far apprezzare l’impegno e la serietà che vi dimostrava.

Fu durante questa sua permanenza a Ripe di Trecastelli che maturò la sua grande decisione: per realizzare la sua meta di diventare un operaio meccanico specializzato si sarebbe arruolato alla Scuola Militare per Carristi di Parma.

Il momento era difficile: l’autarchia, l’abbiamo accennato, non apriva ai giovani altre strade.

Egli vedeva nella decisione l’unica soluzione al suo problema di fondo.

E la prese anche con tanto entusiasmo, con tanta gioia perché vi unì un sentimento di generosità la convinzione di far del bene ai suoi fratelli: si perché c’erano già classi anziane richiamate, minacce di guerra, due dei suoi fratelli maggiori avevano famiglia, almeno uno di essi sarebbe potuto restare a casa a sostegno della vecchia madre.

Fu capace di una generosità che solo l’età può suggerire.

L’affetto per i nipotini cui già era tanto legato avrà certamente avuto parte nella decisione. In ogni sua lettera li ricorda, li nomina uno ad uno… “Fulvia, Vera, Gianfranco…”, …ad essi promette i suoi primi regalini. A quell’età non par vero d’esser grandi e con i più piccoli e anche più facile dimostrarlo…

Partì quindi nell’autunno del 1939 per la Scuola Carristi. Qui fu almeno insuperabile, il “Balilla” perché il più piccolo, la mascotte della scuola.

Ai fratelli scriveva d’esser felice, che non sentiva alcun sacrificio della vita militare, si raccomandava che la mamma stesse contenta perché lei doveva sapere che lui lavorava, con questo espediente aveva avuto da lei il permesso per arruolarsi come volontario.

Il triste 10 giugno 1940, la dichiarazione di guerra, lo trovò, quasi inconsciamente travolto nella tragedia, ormai soldato volontario. L’ingranaggio, la triste logica delle cose da lui stesso messe in moto, lo portò quasi ancora fanciullo, sottobraccio agli italiani tutti, alla consumazione più tragica di un evento così inumano, quale quello della guerra.

E quando l’uniforme lo coprì, allora si sentì fiero dei suoi compiti che considerò privilegio per la sua età.

E credette negli ideali che gli vennero istillati.

Nemmeno i primi sintomi delle sfortune delle nostre armi riuscirono a sminuire la fiducia in un esito felice dell’immane confitto. Nel gennaio del 1942 scriveva alla madre: “10/01/1942… speriamo che presto avremo la vittoria finale benché gli inglesi abbiano ripreso la Cirenaica,  ma gliela abbiamo data per nostro comodo…”. Mai crollerà questa sua fede. Tornerà a scrivere dei suoi risultati raggiunti, del brevetto di pilota di carro armato, della patente conseguita per il Lancia Ro, della capacità riconosciutagli dai suoi superiori, della sua promozione a Caporalmaggiore, sempre concluderà augurandosi “a ottobre sarò a casa per la vittoria”.

Di lui le glorie del suo reggimento scrivono: il giorno 27 maggio 1942, dopo la riconquista di Bengasi il 132° Carristi si riorganizzò in vista di nuova operazioni… “il 27 maggio il reggimento iniziò l’attacco contro un grosso caposaldo nemico: violento, il combattimento, efficacemente appoggiato dalle opposte artiglierie. Il nemico, dopo aver più volte contrattaccato, fu costretto ad arrendersi all’impeto dei nostri carri armati. Oltre un migliaio di prigionieri, fra cui un generale e tre colonnelli, numerosi cannoni e armi automatiche rimasero nelle nostre mani…

In questa azione cadde da eroe il Cap. Magg. Giovanni Secchiaroli, alla cui memoria fu decretata la Medaglia d’oro al Valor Militare….”

Questa la motivazione ufficiale dell’onorificenza:

“Mitragliere di un carro M. 13, già distintosi in numerosi combattimenti per audacia e sereno sprezzo del pericolo durante un attacco a minutissima posizione nemica pur essendo ferito ed unico vivente a bordo continuava a far fuoco, dal carro immobilizzato sulle vicinissime posizioni nemiche, finché un nuovo colpo anticarro non lo feriva a morte. Raccolto in fin di vita ancora stringeva le mitragliere roventi, rifiutava di essere trasportato ad un ospedaletto da campo e con un ultimo anelito di vita, riusciva ad esprimere al Comandante la Divisione che visitava i feriti, la gioia di aver dato se stesso alla Patria e la certezza incrollabile della vittoria nelle nostre armi.

Bir Hacheim – A.S. – 27/05/1942

da Storia di Ripe di Adelino Lavatori