Enzo Paci

paci

Enzo Paci

Nacque a Monterado, intraprese gli studi di filosofia a Pavia seguendo soprattutto le lezioni di Adolfo Levi, per poi trasferirsi all’Università di Milano dove divenne allievo di Antonio Banfi con il quale si laureò nel 1934 discutendo una tesi dal titolo: Il significato del Parmenide nella filosofia di Platone.

Richiamato come ufficiale allo scoppio della seconda guerra mondiale venne catturato dopo l’8 settembre 1943 e inviato presso il campo di prigionia di Sandbostel. Trasferito nel campo di prigionia di Wietzendorf ebbe modo di conoscervi Paul Ricoeur.

Incominciò la sua carriera di docente, insegnando storia della filosofia all’Università di Pavia e, a partire dall’anno accademico 1957/1958, filosofia teoretica all’Università Statale di Milano. All’inizio degli anni Cinquanta creò la rivista Aut Aut, che diresse dal 1951, e nella quale sono testimoniati i suoi molti interessi letterari e culturali. Tra i suoi allievi più famosi ricordiamo Giovanni Piana, Carlo Sini, Salvatore Veca, Pier Aldo Rovatti, Mario Vegetti.

L’esistenzialismo

Base dell’esistenzialismo di Paci è la relazione, intesa come condizione di esistenza di tutti gli avvenimenti che costituiscono il mondo. Evento è anche l’io, che si conosce come esistenza finita ed empirica in rapporto ad altre esistenze. Dalla pura condizione esistenziale del fatto, attraverso la conoscenza, Paci definisce la condizione dell’uomo come personalità morale.

L’io conoscente è la chiara forma della legge morale che fa sì che ogni io, in quanto conosciuto e molteplice e in quanto esistenza, possa diventare soggetto singolo come soggetto di scelta etica.

Poiché in virtù del principio di irreversibilità, che, insieme al principio di indeterminazione (impossibilità che il conoscente si conosca a un tempo come conosciuto e come conoscente), è uno dei punti di riferimento del sistema di Paci, la forma non è mai definitiva, così come ogni questione risolta pone sempre nuovi problemi, il realizzarsi dell’esistente uomo nella forma significa un continuo progresso che va dal passato, il quale non si può ripetere ma che non è annullato dal presente, verso il futuro. Non realizzarsi in questa forma, non seguire il progresso, arrestarsi a una forma di ordine più basso: questo è l’immoralità, il male.

Il negativo come risorsa

La riflessione filosofica di Paci parte dalla consapevolezza del negativo, della mancanza come base e nucleo iniziale dell’esistenza umana. Un negativo che si fonda soprattutto sulla base del Tempo e della sua irreversibilità, che ci costringe a fare i conti perennemente con un passato irreversibile, un futuro sconosciuto e un presente inesistente perché continuamente in fuga. Ma il negativo si riflette anche nella soggettività e nella limitazione del nostro punto di vista: non possiamo avere nessuna visione della realtà che non sia filtrata dalla nostra “singolarità”, dal nostro essere un Io. Tuttavia questa “mancanza” eterna, questo limite, è nello stesso tempo una risorsa. Il tempo, quindi, non è una condanna per l’uomo, ma è ciò che permette la sua esistenza come temporalità; d’altra parte l’alterità è risorsa proprio in quanto altro da sé. L’Io infatti si riconosce solo in quanto confrontato con un Altro, e sono quindi gli altri a dare conformazione e identità al nostro Io, e questo processo è fruttuoso, forte e orientato se il soggetto sa e si impegna a stringere “Relazioni”.

Da qui si possono capire le due definizioni date alla filosofia Paciana: l’una dello stesso filosofo che definiva il suo pensiero Relazionismo, e l’altra di Nicola Abbagnano che lo definì Esistenzialismo Positivo: positivo proprio perché cerca di capovolgere l’insensatezza e la mancanza alla base dell’esistenza in una possibilità, una risorsa di riflessione e progettualità. La vita umana per Paci si fonda infatti su un Bisogno (bisogno di senso nel tempo, bisogno di Altro); questo bisogno si traduce in un Lavoro esistenziale, che implica un Consumo: di tempo, di vita, di riflessione. Questo sistema Bisogno-Consumo-Lavoro sta alla base di ogni vita umana. Tuttavia l’uomo ha una possibilità, una possibilità di “salvarsi” dall’insensatezza (o provarci, quantomeno) e questa possibilità si trova nel Lavoro. Il lavoro esistenziale (inteso come l’impegno che si investe nel condurre la propria vita) infatti, può essere orientato dalla consapevolezza e dal continuo impegno intellettuale di ricerca di senso, anche e soprattutto mediante la Relazione. Questa ricerca di senso si traduce, alla base, nell’esercizio dell’Epochè.

L’Epochè

Termine fondamentale della filosofia di Husserl (filosofo che Paci ebbe come punto di riferimento per tutta la vita), l’Epochè si traduce in una ricerca di senso continua e inesausta che presuppone un abbandono di tutte le categorie di pensiero che siamo abituati ad utilizzare. In questo senso è emblematico l’episodio che Paci stesso racconta riguardo al suo approccio all’epochè. Studente di Filosofia, si recò nell’ufficio di Antonio Banfi (il suo “maestro” per eccellenza) per chiedere spiegazioni sul concetto di Epochè. Banfi gli chiese di descrivere un vaso che si trovava lì vicino a loro. Tuttavia, qualunque definizione Paci provasse a dare (colore, forma geometrica, uso) cadeva in una categoria di giudizio posteriore all’oggetto stesso, o soggettiva (il colore dipende dalla luce, la forma geometrica si rifà a categorie astratte che l’uomo ha inventato, l’uso è indipendente dall’oggetto stesso).

L’epochè, quindi, si costituisce come ricerca di una visione “originaria”. Compito difficilissimo (Husserl lo definiva impossibile ed inevitabile), l’esercizio dell’epochè non si deve tradurre in un’impossibilità di giudizio, ma nella consapevolezza che qualunque giudizio è parziale, soggettivo. Se applicata alla vita, all’esistenza, l’epochè si traduce in una continua ricerca dell’Originario, della Verità, una verità ulteriore, che si annida nel mondo, negli altri, negli oggetti, nei luoghi, in tutto ciò che forgia la nostra esistenza. Una verità che l’uomo può cercare, e che si annida nel percorso stesso di ricerca e riflessione, e soprattutto nella capacità di creare Relazioni autentiche.

Relazione e riflessione

La Relazione per Paci è qualcosa di fondamentale e ulteriore che cambia la nostra vita. Paci scriveva che la Relazione prescinde i due soggetti che la intrecciano, è un concetto “nuovo”, “terzo” che è tanto più significativo quanto più i soggetti sono disposti a farsi mutare consapevolmente da essa, e dal lavoro di riflessione che ne segue. La relazione va cercata, coltivata, resa e mantenuta continuamente autentica, anche se conflittuale. La riflessione, infine, come salvezza dall’irreversibilità del tempo, ricrea e analizza il passato per ricercarne ancora il senso, e proiettare questa ricerca nel futuro di un progetto. Epochè, riflessione e relazione costituiscono, riassumendo, il lavoro esistenziale di ricerca di senso.

La filosofia di Paci, possiamo dire, si traduce in una continua, consapevole e dolorosa ricerca di un senso che possa capovolgere la situazione tragica dell’Esistenza mediante il lavoro, l’impegno. In questo Paci si distanzia da Sartre e dalle conclusioni del filosofo francese, che Paci ammirava e considerava uno stimolo continuo per la sua riflessione. Il negativo, infine, sempre presente nell’investigazione filosofica di Paci (ancor di più nell’ultima parte della sua vita), rimane punto essenziale e base della ricerca umana, laica e faticosa di un senso, di una Verità ulteriore.